

Adagiata su una suggestiva collina a cavallo tra le valli dei fiumi Chiascio e Rasina, a nord-ovest del territorio di Gualdo Tadino, sorge Pieve di Compresseto. Questo caratteristico borgo umbro domina il paesaggio circostante offrendo uno scorcio panoramico di straordinaria bellezza, dove la natura incontaminata si fonde armoniosamente con un’architettura che conserva intatto il fascino del passato.
Le Origini


Le origini di questo insediamento affondano le radici negli ultimi decenni del X secolo, in pieno periodo di incastellamento, quando la popolazione cercò rifugio sui rilievi per proteggersi dalle incursioni dell’epoca. Inizialmente sotto il controllo del Ducato di Spoleto e affidato ai Conti Monaldi di Nocera, il primo fortilizio andò incontro a un lento declino fino alla sua distruzione, per poi essere ricostruito nei primi decenni del XII secolo poco più in alto, cinto da nuove mura e rafforzato da tre torri difensive tuttora ben conservate.
L’importanza storica e strategica del borgo è testimoniata già nel XII secolo da due celebri pergamene dell’Archivio Vaticano: la prima firmata dall’imperatore Federico I Barbarossa nel 1163 e la seconda da papa Celestino III nel 1191. Nel 1251, per arginare le espansioni di Gubbio e Spoleto, il Comune di Perugia ne acquisì il controllo attraverso un atto di sottomissione firmato dal conte Tommaso di Monaldo, trasformando Pieve di Compresseto in un presidio fondamentale del confine orientale e fortificando il colle con la rocca di Poggio S. Ercolano. Passata nei secoli successivi sotto la giurisdizione dello Stato Pontificio e il governo Seicentesco della famiglia del Capitano Amandino Raspanti, Pieve di Compresseto ha vissuto anche una parentesi come Comune autonomo subito dopo l’Unità d’Italia, prima di essere inglobata in Gualdo Tadino, custodendo fino a oggi un patrimonio millenario di storia, memoria e tradizioni.
“Nun te se pò scordà, o Pieve mia”

C’è tutta la storia e l’identità di questa comunità tra le righe di questo inno. Il testo è un racconto a cuore aperto, dove la nostalgia per il passato si mescola all’orgoglio per le proprie origini. Attraverso il dialetto, lingua dell’anima e della quotidianità, la canzone dipinge una mappa sentimentale della nostra frazione: dal Pozzo al Buzzaneto, passando per la Lingoia, fino a posare lo sguardo sul profilo del Monte Cucco.
Non è solo un omaggio ai luoghi, ma anche una testimonianza del vissuto di chi, lontano dal “paesetto”, ha continuato a portare la Pieve nel cuore, trasformando il ricordo in una serenata intramontabile. Questo documento resta oggi un simbolo della nostra memoria collettiva, capace di unire le generazioni sotto un unico, appassionato canto d’appartenenza.
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